I realismi
della Nuova Oggettività
di Marco Fidolini
***
(Il presente contributo critico appare, ancora oggi,
come uno
dei lavori più compiuti e organici pubblicati in Italia).
Il processo di rinnovamento artistico avviato nel corso delle tempeste politico-sociali
della Francia rivoluzionaria, che aveva già sconvolto radicalmente il mondo
dellarte e le sue tradizionali certezze influenzando il pensiero di tutti gli
artisti europei, appare inarrestabile anche sul finire dellOttocento e rinvigorito
da una nuova e impressionante accelerazione culturale. Dopo la reazione
allImpressionismo, un susseguirsi di movimenti e talenti si dispiega a ventaglio
sullorizzonte artistico del nuovo secolo, e il ciclone delle avanguardie, superate
le tragiche pause dei due conflitti mondiali, scompiglierà più volte e fino ai
nostri tempi il teorema della forma, provocando uIteriori fratture con il passato.
Dopo la travagliata testimonianza umana e
artistica di van Gogh, la coscienza critica dellOttocento si esaurisce con le
deformanti visioni drammatiche di Munch e il violento sarcasmo moralistico di Ensor (o il
non meno significante capolavoro di Pellizza), e cede il passo alle ribellioni formali del
trasformismo avanguardista.
Gli artisti del nuovo secolo affollano e
lievitano il clima culturale di Parigi - ormai indiscussa fucina dellarte moderna -
sostanzialmente assorbiti a rimeditare la lezione geometrica di Cézanne o a tesservi
lintricata ragnatela della sua école. In pochi decenni la turbolenza dello
sperimentalismo produce, a ritmo vertiginoso, una interminabile sequela di ismi
(Fauvismo, Espressionismo, Cubismo, Futurismo, Astrattismo, Suprematismo, Costruttivismo,
Dadaismo, e via elencando) che si negano vicendevolmente e si rincorrono in una energica
lotta per il primato. Così lintreccio dei movimenti di punta si fa a volte
indistricabile; fitto di sottilissimi (o manifesti) legami, di impercettibili mutamenti,
di tortuosi cunicoli, di contraddizioni e di esaltanti scoperte, in un magico
caleidoscopio di forme che si frantumano e si ricompongono in un batter docchio.
Ma lincredibile vitalità delle
avanguardie del Novecento, i cui linguaggi espressivi evidenziano per lo più ascendenze
di segno francese (anche in questo caso lelenco sinfittisce, oltremisura, in
una cantilena di nomi che vanno da Manet a Redon), persegue un progetto culturale che,
generalmente, tende ad allontanare il rapporto arte-società, in termini di impegno
politico e sociale, attraverso un diversificato distacco (o fuga) dalle contingenze più
urgenti della realtà storico-esistenziale.
E questo accadrà con lavventura cubista
(salvo le attenzioni di Léger alle problematiche del nuovo conflitto uomo-macchina) o
quella astratta; con i turbolenti e iconoclasti futuristi (peraltro presenti alla storia
con le loro apologie della civiltà metropolitana e industriale, o lanarchismo e la
passione nazionalistica, anche se più tardi tristemente scivolati nelle braccia del fascismo); con il limbo sovvertitore di Tzara; gli sfrenati
onirismi del pur marxiano Surrealismo o la stagione rivoluzionaria di Malevic e Tatlin.
Questa distaccata partecipazione umana e
sociale (ma anche politica e malgrado le intenzioni rivoluzionarie di alcuni movimenti),
che sembra contrassegnare tutte le esperienze dellavanguardia, interrompe quel
processo di rinnovamento civile largamente auspicato e perseguito dagli artisti delle
trascorse stagioni barricadiere.
Dunque, in un contesto artistico così denso di
rivolgimenti e di proposte culturali, gli episodi che in qualche modo si pongono in
diretto rapporto con la realtà e le relative implicazioni storico-sociali (considerato
anche larco trentennale del presente capitolo), sembrano scarsi o comunque ridotti a
ruoli marginali.
Detto questo, e dilatato il confine temporale
delle nuove ricerche grosso modo ai primi anni Trenta (ovviamente per includervi gli esiti
più tardi della Nuova Oggettività), il rapporto arte-società evidenzia, in ogni caso,
un considerevole e sorprendente assopimento della coscienza critica.
Per quanto riguarda il fulcro
dellavanguardia (la Francia), il trentennio è connotato soprattutto
dallesasperato formalismo dei grandi movimenti di rottura e dalle variegate
avventure dellécole de Paris. Qualche malinconica nota esistenziale nel
Picasso precubista; la vena popolare e moralista di Rouault; le attenzioni interrogative
già accennate di un Léger per il fascino della civiltà meccanica e del suo conflittuale
divenire; il nichilismo sismico dellumanità deforme di Soutine o la rivolta
surrealista che scioglie i propri teoremi e le intenzioni politiche («Larte
autentica doggi è legata allattività sociale rivoluzionaria: essa tende alla
confusione e alla distruzione della società capitalistica» Breton 1926)1 nellevasione fantastica del sogno.
In Italia la lezione divisionista e qualche
spunto futurista sembrano indicare segnali meno episodici più intensi allo scadere
del turbinio avanguardista nei confronti della condizione umana e delle sue
correlazioni socio-esistenziali.
Cè infatti un iniziale interesse per il
mondo del lavoro, inteso prevalentemente come emblema di una civiltà in crescita, che
trapela dalle opere di Balla (La giornata delloperaio, 1904) e
Boccioni (Officine a Porta Romana e Mattino, 1908 e Crepuscolo,
1909), per risolversi in questultimo qualche anno dopo in vera e
propria apologia urbano-industriale tramite le opere futuriste quali La città che sale
(1910-11) e La strada che entra nella casa (1911). E qualche attenzione esiste
anche sul versante politico, oltre il fervore nazionalistico e le passioni interventiste,
con i Funerali dellanarchico Galli (1911) di Carrà, seguiti ma con
ottica espressionista dal Comizio anarchico (1914) di Viani e dalle sue
aspre tele sullumanità dei diseredati.
E in tema di segnali e conflittualità
esistenziali, il contributo di De Chirico, tra avanguardie storiche e ritorno
allordine, appare di non trascurabile rilevanza sociale se lo intendiamo come
indagine psicologica di un disumanante quotidiano (la vicinanza con alcune proposte della
Nuova Oggettività di destra e di sinistra pone riflessioni
che esulano dallambito specificamente artistico). È indicativo, a questo proposito,
il lavoro sullinventario urbano di una serie di interni metafisici con caseggiati,
industrie, biscotti, giocattoli, ecc. e di alcuni esterni (Melanconia della
partenza o Langoscia della partenza, 1914, ad esempio; più distanti dal
clima delle Piazze dItalia o comunque dalle architetture che prefigurano le
scenografie classicistiche di Piacentini) dove lo spaesamento lucido-visionario esprime
inquietanti interrogativi sulla condizione umana.
Rapporto singolare con il presente e con i
disagi del reale, a dispetto se si vuole dellintenzione metafisica
stessa e delle contraddizioni del reazionario pictor optimus, che non coinvolge,
invece, la poetica parallela di Carrà (e non fu di certo acuto il Longhi dei Fatti
a recidere le stampelle del De Chirico ortopedico, magari per impastare la segatura
con larriccio giotto-masaccesco dello sbiadito Carrà passatista)2.
Dopo limperativo del ritorno
allordine anche le vicende artistiche di Sironi e Rosai (il primo di una statura
decisamente superiore) si distinguono per una loro visione conflittuale della realtà
urbana. La filosofia del negativo, evidenziata nelle opere di questi due artisti, infrange
le convenzioni sociopolitiche e culturali di regime restituendo sembianze terragne alla
pittura di quelIinfelice momento storico. È di nuovo un approccio diretto con i
disagi del quotidiano, con la condizione umana e il suo travaglio esistenziale.
Le periferie cittadine di Sironi («caseggiati
come baluardi dalle facciate cieche, ciminiere come fuligginosi obelischi,
gasometri come montagne di ferro a ridosso di orizzonti senza prospettive, senza
speranza» scrive Morosini)3 incombono minacciosi, con il loro desolante squallore
apocalittico, sul destino di unumanità già di per sé angosciata e precaria, come
pure sulle ideologizzate certezze della stagione fascista.
Anche i dipinti di Rosai, di taglio vernacolare
e rivissuti nella ipersemplificazione formale della lezione trecentesca e masaccesca, ma
ugualmente controcorrente e pessimistici («si pensi [annota ancora Morosini] alla
grintosa e tetra malinconia dei personaggi che egli accampa attorno ai tavolacci delle
osterie o a ridosso dei nudi, ruvidi muri delle case popolari»)4, testimoniano (con le forti riserve a
mio avviso sul piano specificamente pittorico) il disagio umano e sociale di un
sottoproletariato sconfitto e di una realtà scialba e inasprita.
Limpronta essenzialmente formalista
dellavanguardia imbriglia, con altrettanto fascino e fervore creativo, il
rinnovamento artistico-culturale della Russia. I movimenti avanguardisti, prima e dopo la
Rivoluzione, e nonostante la forte spinta politica e sociale, si muovono sulle tracce
della nuova ricerca formale degli artisti di cultura francese e italiana, pur evidenziando
autonomie linguistiche e prestigiosi talenti. Le influenze cubofuturiste e astratte
segnano, sostanzialmente, le premesse e gli sviluppi dellarte rivoluzionaria da
Larionov alla Goncarova, da Malevic a Tatlin, da Gabo a El Lissitzky, accentuando (e qui
con maggiore incongruità storica, considerata lintensità della vigorosa spinta
sociopolitica) il divario tra ideologia e realtà espressiva, infelicemente annullato,
più tardi, dal deprimente Realismo Socialista. Divario in parte colmato dai manifesti e
dai montaggi di Rodcenko o dalle finestre della Rosta di Majakovskij e,
specialmente, con il lavoro del grande cineasta Ejzenstejn.
Ma lavanguardia europea attraversa anche
loceano, e gli Stati Uniti (poi anche il Messico di Rivera, Orozco e Siqueiros che
intrecciando il ripensamento della tradizione culturale latino-americana e limpegno
rivoluzionario daranno vita, soprattutto dopo il 30, ai murales di più ampio
respiro artistico e sociopolitico) iniziano la loro grande avventura nel mondo
dellarte moderna.
Dopo il primo impatto cubofuturista, astratto
ed espressionista o il diretto apporto dadaista di Duchamp e Picabia, intorno alla metà
degli anni Venti, Demuth, Sheeler e Hopper tutti e tre passati per Parigi e
tuttavia appena sfiorati dalle sintassi dellavanguardia producono una serie
di opere la cui connotazione oggettiva (per certi versi vicina, anche se meno fredda e
impietosa, al realismo tedesco della Nuova Oggettività) sottolinea una forte attenzione
per le nuove problematiche della civiltà moderna e le relative conflittualità
esistenziali.
Si tratta di rigorose e desolanti immagini
industriali (Demuth e Sheeler: il primo, memore della lezione cubofuturista, meno algido e
polito; il secondo sorprendentemente vicino al contemporaneo tedesco Grossberg
più oggettivo e distaccato) e metropolitane (Hopper), dove lassenza
delluomo o la sua solitaria presenza esplicitano, mediante la fissità fotografica e
la sospensione psicologica, linquietudine e il disagio di unumanità
estraniata e marginale.
Così si presenta, sostanzialmente, il panorama
artistico mondiale (al quale va peraltro aggiunta la ruvida figura del belga Permeke) che
esprime, più o meno episodicamente, il proprio dissenso sociale o lamara
partecipazione ai conflitti esistenziali della nuova condizione umana.
Ma sarà la Germania a ristabilire, in modo
vigoroso, il rapporto critico con la realtà rinsaldando quei legami tra arte e società,
divaricati se non frantumati dagli sperimentalismi formali delle avanguardie
storiche.
Successivamente al realismo rivoluzionario
dimpronta ottocentesca, drammatico e appassionato, della grafica di Käthe Kollwitz
(La guerra dei contadini, 1908, segna lavvio dellimpegno sociale e
politico a volte sullorlo di un populismo patetico che lartista
manterrà tenacemente, anche come scultrice, fino a tutto il 1930) e alle prove
dellespressionismo urbano di Kirchner, Nolde e Kokoschka, i dipinti apocalittici di
Meidner, con le sue prefigurazioni belliche e le megalopoli esplosive, aprono un nuovo
capitolo dellarte tedesca e fungono da anello di congiunzione con gli artisti della
Nuova Oggettività. Il lavoro di Ludwig Meidner, che tuttavia non può essere considerato
come lanticipazione o la premessa organica del poliedrico movimento formatosi negli
anni Venti, è caratterizzato da una forte componente antimilitaristica e da una grande
attrazione per il mondo urbano.
Con la Veduta da una trincea (1911), i
Paesaggi apocalittici (1912), la Rivoluzione (1913) e i disegni sulla guerra
(1913-14), lartista prefigura i futuri orrori bellici facendosi interprete
visionario delle trepidanti incertezze che angosciavano lambiente culturale
berlinese alla vigilia del primo conflitto mondiale. Insieme a questa rinnovata
partecipazione storica, evidenziata dalle sinistre figurazioni, cè nel pittore un
parallelo interesse (o fascino) di tipo metropolitano, sottolineato anche nelle sue
Istruzioni per dipingere la Grande Città, 1914 («Le strade affollate,
leleganza dacciaio dei ponti sospesi, i gasometri svettanti tra le bianche
montagne di nubi, i colori urlanti degli autobus e delle locomotive dei treni rapidi, i
fili ondeggianti del telefono, le arlecchinate delle colonne pubblicitarie...»)5, che tende a esaltare il mito della
megalopoli, proposta, nel contempo, a elemento perturbante e terrifico. Una sorta di
Moloch che si allontana dalle pur somiglianti apologie urbano-industriali del Futurismo,
anche se sul piano strettamente formale il lavoro di Meidner intreccia le violente
esplosioni espressionistiche con le forze dinamiche peculiari degli artisti italiani.
Le due componenti meidneriane
(antimilitarismo-elemento metropolitano), che ricompariranno in molte opere della Nuova
Oggettività, tracciano il nuovo corso della pittura tedesca del periodo di Weimar,
manifestando attraverso litinerario dellavanguardia la capacità di una
fedeltà agli ideali sociali e politici, oltreché un rinnovato rapporto con la storia,
diretto e brutale, allarmato e allarmante forse anche disperato ma
certamente proteso a rammentare alle coscienze le terribili stoltezze dellumanità.
Lavvento della Repubblica di Weimar
contrassegna vigorosamente Iinizio della nuova stagione culturale della Germania; e
le vicende sociopolitiche di questo periodo, malgrado le contraddizioni e i conflitti
subito emersi (la sanguinosa repressione del movimento operaio spartachista e
lassassinio di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, nel gennaio del 19) corrono
parallele alle esperienze più intense e significative dellarte tedesca del
Novecento.
Il Dadaismo berlinese di Hausmann, Höch,
Heartfield e Grosz, fortemente più incisivo e frontale in termini sociali e politici
rispetto a quello di Tzara, inaugura la rinascita artistica e si oppone allanarchia
dellesperienza espressionista, preludendo, almeno nellopera degli artisti di
sinistra, alla coscienza critica della pittura realista che caratterizzerà gli anni
Venti. Laffermazione di un nuovo mezzo espressivo quale il fotomontaggio, mirato a
bersagliare violentemente le convenzioni sociali della borghesia e gli avvenimenti
politici, assume nella migliore produzione artistica del gruppo berlinese, un ruolo
linguistico fondamentale che amalgamando lassemblaggio formale e la relativa
contrapposizione degli elementi recuperati dal quotidiano, irrobustisce icasticamente la
provocazione e la forza durto del messaggio figurativo. Ma loccasione
dadaista, al di là della sua connotazione formale peculiarmente avanguardista, permette
(non sempre esclusivamente con la tecnica del montaggio e soprattutto con Grosz Daum
marries... e altri lavori, tutti del 1920) di intervenire sulle problematiche
esistenziali che la nascente industrializzazione proietta minacciosa sui destini
delluomo. Una sorta di esorcismo tragicamente ironico e inquietante,
sullincombente robotizzazione umana (esemplare, a questo proposito, il più tardo e
neo-oggettivo, ma vicino per contenuti, Operaio di Hoerle, 1922), che oscilla tra
il fascino e la repulsione dellintuizione meidneriana e che segnerà non pochi esiti
della Nuova Oggettività. Lesperienza Dada, inoltre, costituisce per Heartfield il
banco di prova formale e politico per il lavoro degli straordinari montaggi
eseguiti sul finire del 20 e nella prima metà degli anni Trenta.
Nel 1920, quando George Grosz ha già prodotto
prima e nel corso dellavventura dadaista opere di notevole impegno e
idealmente vicine ad alcuni aspetti della Nuova Oggettività (Metropoli,
1916-17 e Metropolis, 1917; Dedicato a Oskar Panizza, 1917-18; Germania,
una fiaba dinverno, 1917-19 e alcune feroci copertine di riviste) e Beckmann ha
ormai sfoderato il suo cinismo con le torture de La notte (1918-19) e un taglio
oggettivo (lAutoritratto con sigaro e La sinagoga, ambedue del
19), Otto Dix dipinge il suo turpe e terrifico Invalidi di guerra. Il lavoro
di questi tre artisti, ricomposto in modo variegato e rinvigorito attraverso le premesse
di Meidner e lesperienza cubofuturista o dadaista (impegno sociopolitico-realtà
urbana), accelera lo sviluppo ideologico-formale della Nuova Oggettività.
La complessità di questo movimento eterogeneo
(genericamente etichettato come Nuova Oggettività, la cui comparsa ufficiale risale alla
mostra di Mannheim del 1925 organizzata da Hartlaub La Nuova Oggettività. La
pittura tedesca dopo lEspressionismo comprendente oltre a Beckmann, Dix e
Grosz artisti di rilievo quali Hubbuch, Schlichter, Scholz) impone, necessariamente, una
sorta di classificazione dei vari orientamenti, comunque connotati da una forte impronta
realistica. Lo stesso Hartlaub rilevava, già precedentemente alluscita
di Mannheim e poi nel catalogo della rassegna, due gruppi di segno realista,
ideologicamente contrapposti e identificabili nelle relative tendenze di destra e
sinistra. «Vedo unala destra e unala sinistra. Luna conservatrice
fino al classicismo, radicandosi nellatemporale, vuole santificare di nuovo dopo
tanta ampollosità e tanto caos, ciò che vi è di sano, la plastica del corpo attraverso
il disegno puro secondo la natura [...] Laltra, lala sinistra, crudamente
contemporanea, molto meno fiduciosa nellarte, e piuttosto nata attraverso la
negazione dellarte, ricerca la messa in evidenza del caos, il vero volto del nostro
tempo con unavidità primitiva di fissazione, di sovraeccitata messa a nudo di sé»6. E ancora: il gruppo di sinistra
«che estirpa ciò che è oggettivo dal mondo dei fatti attuali e proietta levento
vissuto con il suo ritmo e il suo grado di calore specifico. Laltro [quello di
destra], più orientato verso la ricerca delloggetto nel suo valore atemporale,
per realizzare nellambito dellarte le leggi eterne dellesistenza. Si
sono chiamati i primi veristi, si potrebbero chiamare gli altri
classicisti...»7.
Secondo Bertonati8, di certo il lettore italiano più acuto di
questo fenomeno espressivo, la Nuova Oggettività evidenzierebbe quattro raggruppamenti (e
lulteriore frammentazione sembra anche la più pertinente) così suddivisi: i
pittori più vicini alle proposte di Valori Plastici (Schrimpf, Mense, Kanoldt,
ecc.); quelli dallottica realista più gelida e distaccata (Grossberg, Schad e
Räderscheidt); il gruppo che prelude al Realismo Socialista (Griebel, Nagel, Hans e Lea
Grundig, ecc..) gli artisti più impietosi e freddi, ma anche partecipi e risentiti, e
comunque impegnati socialmente e politicamente, caratterizzati, fra laltro, da
riferimenti di segno erotico (Dix, Grosz, Schlichter, Hubbuch e Scholz).
Queste classificazioni inglobano anche la
definizione di Realismo Magico di Franz Roh e le relative interferenze culturali della
Metafisica e del gruppo di Valori Plastici sugli artisti tedeschi degli anni Venti.
E a proposito delle influenze italiane sulla Nuova Oggettività; scrive Bertonati: «...
è assolutamente fuori discussione Iinfluenza di De Chirico e Carrà su gran parte
degli artisti della Neue Sachlichkeit, la definizione di Realismo Magico data al gruppo di
Franz Roh ha senzaltro unorigine italiana»9.
Ma la questione si complica un po
considerato che a Mannheim, sotto letichetta di Nuova Oggettività, Hartlaub
presenta un gruppo di artisti italiani con alcune figure di grosso calibro come Casorati,
Donghi e Morandi, le cui poetiche sono molto più vicine al gruppo della cosiddetta ala
destra. Cè poi la testimonianza di Grosz («... nel tentativo di creare uno
stile chiaro e semplice ci si avvicina spontaneamente a Carrà»; anche se lartista
aggiunge: «Ciò nonostante tutto mi divide da lui: egli va gustato in chiave altamente
metafisica, e la sua è una problematica borghese»)10 e levidenza di certe influenze
metafisiche di Carrà e de Chirico (linquietudine e lo spaesamento per la
sospensione psicologica nellopera del secondo), questultimo ben accolto in
Germania soprattutto per la sua formazione culturale e la passione per Klinger (entusiasmo
condiviso dallo stesso Dix) o Nietzsche.
Sta di fatto che, al di fuori di ogni rigida
classificazione e tenendo una debita distanza dallala destra e non
tanto per la sospetta etichetta ideologica quanto per la minore valenza formale ed
espressiva delle opere anche gli artisti della Nuova Oggettività più impegnata e
prestigiosa (lala sinistra) furono ugualmente attenti alla lezione
metafisica e al gruppo di Broglio.
La complessa articolazione delle tendenze
realiste che caratterizzarono questo fenomeno artistico richiederebbe, di conseguenza,
appellativi differenziati e meno generici ma, almeno nel presente lavoro, laccezione
comune di Nuova Oggettività va intesa come riferimento onnicomprensivo di quegli artisti
che si occuparono, principalmente, delle finalità sociali e politiche dellarte,
legittimando il proprio ruolo e le loro opere mediante una diretta e lucida partecipazione
alla realtà comunque conflittuale, per denunciarne le angosce, gli orrori e le follie.
I protagonisti della Nuova Oggettività
ristabiliscono dunque un rapporto frontale con la realtà, e il loro lucido realismo,
svincolato dai canoni della tradizione ottocentesca, rinnova il confronto tra arte e
società cercando di ribaltare la sostanza di una verità affermata da Macke (1915)
peraltro motivata dal corso delle avanguardie con la quale rilevava opportunamente
che «Più orribile diviene questo mondo... più astratta diviene larte...»11. Ma i quindici anni della Repubblica di
Weimar, tra il 1918 e il 1933, che comprendono e lievitano la globalità del progetto
artistico-culturale della Germania (il Bauhaus di Gropius; il teatro di Brecht e
Piscator; il cinema di Lang e Pabst; la musica di Hindemith e Weill; la letteratura di
Döblin e Mann) richiederebbero, insieme alla fitta schiera dei pittori della Nuova
Oggettività, uno studio specifico e unanalisi storico-critica ovviamente non
contemplati in questo lavoro. Tuttavia, e nonostante il limite dellindagine, alcune
opere degli artisti più significativi e che coprono il ventaglio delle proposte
sociopolitiche-esistenziali, dovrebbe chiarire sufficientemente lideologia e gli
aspetti formali del nuovo realismo tedesco degli anni di Weimar.
Lottica realistica di Max Beckmann,
espressa attraverso una singolare connotazione oggettiva, almeno fino al 27 («Io
penso sempre e soltanto alla cosa...»)12, e peraltro laterale alla poetica vera e
propria della Nuova Oggettività, è già fortemente esplicita nel capolavoro del 1918-19,
La notte.
Il dipinto è una summa di violenza e orrore meditata
sulla dolorosa memoria dellesperienza bellica, e Beckmann traduce cinicamente la
tragica follia umana trasferendo le atrocità della guerra nellambito del
quotidiano. Un incubo terribile, denso di inquietanti implicazioni sociali, dove un gruppo
di assassini fa strage di una famiglia e perpetua la ferocia degli uomini in
quellantico e terrifico riproporsi di vittime e carnefici. È la cicatrice della
guerra, ancora aperta e sanguinolenta, che grida lo straziante pessimismo
dellartista nei confronti delluomo («uomo mostro di una vitalità convulsa»)13; ma anche un monito allarmante e accorato,
non privo di fiducia e di redenzione per le sorti dellumanità. Beckmann scriverà,
più tardi, a conferma di queste conflittualità: «La guerra si avvia ormai alla sua
triste conclusione. Non ha cambiato in nulla la mia concezione della vita, lha solo
confermata. Ci stiamo avviando verso unepoca difficile. Ma proprio adesso, più
ancora che prima della guerra, sento il bisogno di stare tra gli uomini. In città.
Proprio qui è il nostro posto. Dobbiamo aprire il nostro cuore e i nostri nervi allo
spaventoso grido di dolore della povera umanità ingannata. Proprio adesso dobbiamo stare
vicini il più possibile agli uomini...»)14. Unapparente contraddizione, dunque,
che esplode in una rabbia incontenibile e devastante, prepotentemente protesa a raggelare
e ammonire le coscienze degli uomini. La stessa rabbia che Meidner aveva riservato nelle
sue apocalittiche visioni di guerra o nelle esplosioni urbane, ma ora più lucida e
ossessiva; stretta in un intreccio di segmenti anatomici nervosamente intirizziti,
divaricati, dirompenti. La lezione espressionista, ora sottoposta nella sua figuratività
deformante e spietata allindagine oggettiva, si fa più rigorosa e sincastra
con le strutture compositive cubofuturiste dai molteplici fuochi prospettici,
accentuando la tensione drammatica del dipinto che pare dissestato dalla devastante
energia di un sisma. I legni e le pareti cedono; il pavimento si ribalta; un groviglio di
corpi e oggetti si affolla in un caos infernale, e la tela scaraventa la sua immondizia
oltre la dimensione fisica della superficie pittorica per riconsegnarla, deturpata e
allarmante, alla riflessione umana.
Di taglio essenzialmente metropolitano è
invece il dipinto La passerella metallica del 1922 (il repertorio urbano
dellimmagine rimanda alla descrizione meidneriana delle Istruzioni per dipingere
la Grande Città, precedentemente citata), dove la componente oggettiva ha preso il
sopravvento sui riferimenti espressionisti e, in maggior misura, su quelli cubofuturisti.
Non più la rabbia esplosiva e il cinismo della
strage notturna, ma una colorata e pur desolante visione urbana che sottolinea attraverso
linventario della nuova civiltà metropolitana langoscia e la solitudine
delluomo. È un dipinto che evidenzia laspetto più specificamente
esistenziale della Nuova Oggettività, certo meno inquietante e gelido dei temi urbani dal
segno metafisico degli interni e dei casermoni con automatomi di Grosz; di qualche
esito dixiano o delle estranianti tele di Räderscheidt, e delle più tarde visioni
cittadine o industriali di Grossberg.
Si tratta, dicevo, di una composizione nella
quale loggettivazione delle forme stabilisce un rapporto distaccato con la realtà,
e promuove la cosa a elemento perturbante, malgrado il timbro cromatico
espressionista più vivace e accattivante rispetto a La notte.
Eliminata lenergia esplosiva cubofuturista,
limmagine assume una severa fissità e dispiega il suo armamentario metropolitano in
un ordinato intreccio formale. Una solida diagonale dacciaio (il ponte) attraversa
prepotentemente e incide di grigio le cromie del dipinto. Tralicci, fumi e
cavi; strade e casamenti desolati. E poi draghe, un battello e una barca sullacqua
solidificata in dune taglienti. La presenza umana (peraltro la nota pittorica meno felice)
è ridotta a figurine inani e precarie; oppressa dalle gigantesche strutture urbane e
respinta, irrevocabilmente, nellangoscia della propria solitudine, in quel disagio
esistenziale, già còlto da de Chirico e comune a molti artisti della Nuova Oggettività,
a Sironi o ai realisti del Precisionismo americano.
Ma lorrore e la tragedia degli
Invalidi di guerra (1920) di Otto Dix (impossibile non ripensare agli Storpi di
Bruegel o alle dilaniate figure di Grunewald), più repellenti e feroci del massacro di
Beckmann, segnano la nota più terribile e cinica di tutta la pittura tedesca di questo
periodo.
Tre tronconi umani, innestati dalle protesi e
con i volti orribilmente deturpati, che giocano a carte come un qualsiasi terzetto di
pensionati o dopolavoristi. Una follia assurda e turpe, di una ferocia inaudita, coagulata
in un esemplare assemblaggio formale che salda le tragiche deformazioni espressionistiche
con il collage dadaista e le nuove intenzioni realistiche. Eppure linsistenza
diabolica dellartista (e i temi di questo genere sono tuttaltro che episodici
nella grafica e nella pittura di Dix) attesta, al di là dello specifico artistico o
dellevidenza terroristica da macellaio, sorprendentemente mai enfatica o
eccessiva (si confronti, a tal proposito, il sangue della Fucilazione o il
Saturno di Goya), una forte valenza sociopolitica e unaltrettanta angosciata
partecipazione umana, celata da un apparente e gelido cinismo. Va ulteriormente precisato
che il realismo impietoso e il freddo distacco di questi artisti si potrebbe
parlare, paradossalmente, di ardente freddezza o di cinica emozione celano forti
sentimenti di amaro risentimento e unostinata volontà di denuncia contro gli orrori
e le follie umane di una realtà di per sé tragica, assurda e disgregante (è
senzaltro emblematica, in questo senso, unaffermazione di Grosz che esprime
efficacemente il significato di molte opere degli anni Venti: «Il verista tiene lo
specchio davanti al proprio contemporaneo perché veda la propria gola. Io disegno e
dipingo per contraddizione e cerco attraverso i miei lavori di convincere il mondo che è
brutto, malato, bugiardo»)15.
E non è meno violento e repellente il
Venditore di fiammiferi dello stesso anno, ancora deformato in modo espressionistico
ma prossimo alle prove più tipiche della Nuova Oggettività. Il punto di vista rialzato
del fuoco prospettico centra la figura di un altro troncone umano (di nuovo un mutilo
reduce di guerra) che offre la sua scatola di fiammiferi alle precipitose e ribaltate
figure di passanti, spregevolmente investito dallo schizzo di orina di un cagnolino.
Questa feroce insistenza a mostrare le
atrocità della guerra, che sembravano ignorate o rimosse dalla coscienza comune della
Germania di allora (lopuscolo fotografico Guerra alla guerra di Ernst
Friedrich che rivelava lorrore degli istituti dove si celavano
tendenziosamente i reduci orribilmente straziati i dipinti stessi di Dix, i temi
analoghi di altri pittori o le foto più tarde di Sander, contribuiscono, in parte, a
sensibilizzare lopinione pubblica), e il parallelo repertorio di prostitute
(mutilazione e prostituzione come emblemi del capitalismo: elementi comuni a molti autori
della Nuova Oggettività), attestano limpegno politico e morale degli artisti
socialisti, energicamente protesi a modificare radicalmente la società tedesca
postbellica.
Ma per ritornare a Dix, la sua indagine
impietosa si rivela con altrettanta ferocia anche nel gelido realismo dei ritratti. Il
processo di oggettivazione, dallottica fotografica, riduce notevolmente o
annulla le deformazioni di carattere espressionista e si traduce in una figurazione
allucinatoria che, attraverso il rigore formale e losservazione distaccata della
realtà, si fa aggressiva e inquietante presenza. Quasi un maniacale e astioso indugiare
sul dato anatomico, sugli oggetti più banali, sul dettaglio. È qui che affiorano le
livide vene sulle pelli malaticce e vetrificate (Donna con bambino, 1921;
Piccola girl, 1922; i Genitori dellartista del 24) o si accentuano
le angosce, le sospensioni psicologiche e i conflitti della condizione umana (Operaio,
Il dottor Koch, Lo storico dellarte Schmidt, tutti del 21; Autoritratto
con modella, Ritratto di Karl Krall del 1923, e i ritratti di Sylvia von Harden
o di Alfied Flectheim, 1926) per tradursi in lucida realtà e allarmante coscienza
critica.
Limpronta esistenziale di questi dipinti
(lelenco è ovviamente striminzito) e laspetto specificamente sociale e
politico delle raccapriccianti mutilazioni di guerra si ricompongono nellimpegnativo
trittico di Metropolis (1927-28).
Il tema della grande città (a partire da
Meidner, comune a molti artisti tedeschi degli anni di Weimar; ma lo stesso titolo rimanda
alle due Metropolis di Grosz e al film di Lang - 1926), lungi dallesaltare
quella correlazione contraddittoria tra fascino e repulsione implicata nella moderna
dimensione urbana, esprime unaltra violenta denuncia nei confronti della società
borghese postbellica. Dix ripropone la sua cinica visione del mondo mediante la
contrapposizione sociale di due inquietanti realtà. Quella della borghesia (pannello
centrale) intorpidita nel limbo del piacere, con i suoi scintillanti lustrini, godereccia
ma anche estraniata e spettrale, opposta (pannelli laterali) alla desolante e tragica
esistenza dei corpi martoriati dalla guerra e delle prostitute. Ricompaiono così le
terribili mutilazioni (il troncone del questuante con il suo sonno moribondo e lo storpio
infilzato dalle protesi legnose) e lo squallore caricaturale e allucinatorio (il tema
della prostituzione) della degradante condizione umana. E poi, a incrudelire il contrasto
tra leffimero splendore del benessere borghese e le miserie urbane, la ferocia di un
cane ringhioso e un corpo accasciato sul selciato; o labbigliamento triviale, gli
orpelli ostentati, langusta stradina e le architetture pretenziose. Un ritratto
crudele e inquietante di una società dilaniata da violente contraddizioni e ugualmente
sconfitta, ordinato lucidamente in una pittura rigorosa e stringente che riassume
pure in termini formali limpegno ideologico e artistico della poetica
dixiana. Impegno che lartista manterrà ostinatamente con alcune riserve sul
piano pittorico anche nelle opere successive (laltro grande lavoro, il
Trittico della guerra, 1929-32: lontano, tuttavia, dal freddo realismo della migliore
pittura e intessuto di memorie romanticheggianti-visionarie, filtrate attraverso la
lezione di Grunewald), fino allavvento della tragedia nazista, riducendo a nano
grottesco le sembianze di un Hitler (I sette vizi capitali, 1933) circondato, in
una macabra prefigurazione, da oscene e mostruose presenze.
Anche la figura di Grosz (talento grafico di
straordinaria potenza espressiva) segna profondamente il momento culturale e artistico del
periodo di Weimar. Gli anni che precedono la sua esperienza dadaista sono già
caratterizzati da una forte carica aggressiva e contestataria nei confronti della realtà,
e rivelano un profondo pessimismo esistenziale. Lattenzione per il Futurismo e per
il lavoro di Meidner spingono il pittore verso il vortice metropolitano e lo catturano in
quellinfernale caos che esprime, ancora una volta, le conflittualità del rapporto
fascino-repulsione. Oltre lintensa produzione grafica che soverchia
abbondantemente, almeno fino al 25, quella pittorica, lartista dipinge le
Metropoli già ricordate, Esplosione (1917) e il notissimo Dedicato a Oskar
Panizza (1917-18), che lo stesso Grosz definisce un «quadro infernale» e dove la
realtà urbana dispiega caoticamente tutto il suo dramma quotidiano: «un passaggio
stretto di morti grotteschi [annota ancora il pittore] e di pazzi in cui accade di tutto
il demonio attraversa il quadro a cavallo di una bara obliqua, a destra un giovane
vomita e sputa sullo schermo tutte le belle illusioni della sua giovinezza [...] Un
brulichio di uomini bestie indemoniate che questa epoca navighi verso
lautodistruzione è mia convinzione irremovibile il nostro paradiso
insudiciato... Pensa: dovunque tu vada, cè puzza di merda»16. Un profondo ma accorato pessimismo e una
violenta denuncia della follia umana che prefigurano terribili eventi, e non poche
coincidenze con langosciosa realtà del nostro tempo. Si tratta di un Grosz ancora
distante dalle oggettivazioni formali più tarde e legato, come si accennava, alla visione
apocalittica e deformante dellespressionismo meidneriano, rimeditato sulla lezione
cubofuturista. E sono proprio gli incastri o le sovrapposizioni delle forme, il dinamismo
dirompente e il guazzabuglio della folla torrenziale a rendere infernale il dipinto. La
rielaborazione delle due sintassi riunite (espressionista e cubofuturista) carica, dunque,
la protesta di Grosz di significati allarmanti e di segnali morali e politici non meno
lucidi e terribili dei quadri più maturi e oggettivi; ma testimonia, soprattutto, le
possibilità di sviluppo e di urto dellavanguardia nei confronti della
realtà. E il percorso dellartista confermerà questo orientamento anche durante
Iavventura dadaista, energicamente proteso verso unarte di forte impegno
sociale «per rendere più penetrante lo sguardo delluomo e fargli vedere la realtà
del suo rapporto con il mondo che lo circonda»17.
Tra i quadri e i disegni di connotazione
sociopolitica (Germania, una fiaba dinverno; Eclissi di sole, Le colonne
della società, 1926 e Lagitatore, 1928 o le più note cartelle Gott
mit uns, 1920 e Ecce Homo, 1922) e i numerosi temi erotici, spesso intrecciati
di delitti a sfondo sessuale e comuni al lavoro di Dix, Hubbuch, Schlichter, si collocano
le opere tecnicistiche dadaiste (1920), di atmosfera metafisica, già orientate verso il
realismo urbano.
Il dipinto Giorno grigio del 1921 (conforme, per il
clima, ai contemporanei Operaio di Dix e Il disoccupato di Griebel), ormai
marcatamente oggettivo ma ancora influenzato dallaura metafisica, sottolinea, con un
tratto pittorico essenziale ed opaco, il disagio e la solitudine delluomo
nella realtà urbana postbellica. Un paesaggio spettrale di fabbricati dalle finestre
cieche, impersonale e minaccioso, che si staglia contro una lastra di cielo impenetrabile
e segnata dai fumi densi delle ciminiere. Quattro manichini estraniati (loperaio,
limpiegato, il reduce mutilato e il funzionario), solidi ectoplasmi di
unumanità alla deriva, completano lasprezza compositiva e accentuano lo
squallore esistenziale della visione metropolitana. Un insieme di forme spigolose, di
cromie sorde, di valenze oggettive; di minacce e sospensioni psicologiche, dove i segnali
anodini di un quotidiano disumanante attestano, oltre allintenzione sociale
del resto mai abbandonata dallartista quella sorta di spaesamento e di
angoscia rintracciabile anche nellesperienza metafisica di de Chirico.
Nel formidabile Ritratto di Max
Hermann-Neisse (1925), George Grosz raggiunge lapice del processo di
oggettivazione e uno dei momenti più alti della sua produzione pittorica. Distante dalle
violente satire o dalle rabbiose denunce, ma legato ad una impietosa e lucida osservazione
della realtà e alle sue implicazioni esistenziali, il quadro evidenzia un distacco
emotivo raggelante che sfiora il cinismo delle opere più feroci e turpi di questa
stagione artistica.
Un corpo deforme di nano indagato con
gelido occhio fotografico dallinvolucro nero e afflosciato dal quale sbucano
un teschio macrocefalo e due artigli nodosi. Lessenzialità del contenitore
spaziale, il taglio compositivo il cui punto di vista rialzato accentua il
diaframma emozionale e la castigata scelta cromatica (anche il vezzo decorativo
della tappezzeria partecipa, nella sua banalità quotidiana, a irrobustire il carattere
impersonale dellimmagine) contribuiscono a caricare linnocuo ritratto di
significati perturbanti e allucinatori. E questa pittura, di straordinaria asciuttezza
formale, dal realismo freddo e rigoroso, rimanda inevitabilmente alla folta ritrattistica
dei pittori più strettamente legati ai canoni espressivi della Nuova Oggettività.
Superate le classificazioni di Hartlaub (lala
destra e quella sinistra) e le sollecitazioni darea metafisica,
lelenco degli artisti e delle opere che soffermano le loro attenzioni sul ritratto,
risolvendole in inquietanti o gelide immagini di una realtà contestata, richiederebbe un
capitolo a parte. Basterà ricordare, oltre alla copiosa produzione di Dix o ad alcuni
ritratti di Beckmann (inclusi i due autoritratti, con sigaro e sigaretta, 1919 e 1923), i
rigorosi e levigatissimi dipinti del glaciale e terrifico Schad (i ritratti del Conte
di S. Genois e di Ladwig Baümer, 1927 o Agosta luomo pollo e Rasha la
colomba nera, 1929) o quelli altrettanto gelidi e angoscianti di Räderscheidt
(Autoritratto, 1928 e Uomo e lampione, 1924), Scholz (Il banchiere, 1924
e Autoritratto, 1926), Hubbuch (Doppio ritratto di Hilde II, 1923),
Schlichter (Margot, 1924), Davringhausen (Ritratto di Hofer,
1921), Mense (Il pittore Davringhausen, 1922) e Kanoldt (Busto di donna,
1926). A questo elenco, peraltro appena indicativo, vanno aggiunte le «terribili
verità» delle fotografie di Sander che, spesso, restituiscono le inquietudini e i disagi
dellesistenza attraverso il rapporto, freddo e impersonale, tra uomo e ambiente
urbano.
Ma le premesse del linguaggio artistico dei
protagonisti già trattati sono patrimonio comune di una gran parte dei pittori
appartenenti al clima o al gruppo della Nuova Oggettività, pur considerando le differenze
ideologico-espressive dellampio e variegato nonché controverso
panorama culturale di questo movimento.
Prima di concludere è opportuno, pertanto,
considerare almeno due aspetti che si sono evidenziati nel presente capitolo. Alludo alla
componente più politicizzata che, sulle tracce di Dix e Grosz, intende larte come
unarma di lotta18, e a quella sorta di realismo urbano implicante le
ragioni sociali e le conflittualità della condizione umana.
Per quanto riguarda il primo orientamento
e il gruppo dellASSO assume, in questo contesto, un ruolo di notevole rilievo
vanno subito ricordati i numerosi montaggi di Heartfield (tuttavia, anche in questo
caso, occorrerà limitare lindagine per la complessità e la mole dellopera)
che esprimono una denuncia politica fra le più violente e penetranti dellarte
dimpegno.
Il famoso montaggio di Göring boia del
Terzo Reich (1933), terribilmente caricaturale come i Macellai di Otto Dix del
1920, ma più feroce e inquietante, dimostra, oltre la frontalità espressiva (la sua
violenza icastica traduce allistante il significato politico; osserva lartista
nel 1930: «Nuovi problemi politici richiedono nuovi strumenti di propaganda. La
fotografia possiede, a tale riguardo, la massima forza di persuasione»)19, una qualità formale rigorosamente
costruita attraverso un lungo lavoro di controllo e selezione sullimmagine,
perseguito fin dai tempi dellesperienza dadaista. Una nuova forma di linguaggio,
tragico e grottesco, aggressivo e dissacratorio, che spesso non paventa il confronto con
gli esiti pittorici più lucidi e vigorosi della Nuova Oggettività, anchesso
scaturito dalle avanguardie dellarte e rigenerato in autentica lezione (o
testimonianza) tecnico-espressiva di grande significato morale e civile.
In termini di realismo politico, oltre alle
figure di Nerlinger, Hans e Lea Grundig, meno brillanti sul piano specifico della pittura
(molto intenso, peraltro, il dipinto di Hans con lOperaia dei tabacchi
disoccupata, 1925) ma fortemente motivate sul versante ideologico, il gruppo
dellASSO evidenzia unaltra personalità di un certo rilievo artistico. Si
tratta di Otto Griebel che in alcune opere di rigorosa conduzione formale (il già
ricordato ritratto del Disoccupato, le matite di taglio dixiano o il più
noto e allucinato dipinto LInternazionale, 1929, la cui folla proletaria
rammenta comunque si interpreti la consonanza il prototipo di
Pellizza) testimonia gli orrori e le miserie del suo tempo, unendo alle crudeli denunce
unaccorata partecipazione umana, sottesa almeno nel quadro con gli operai
di fiduciosi mutamenti sociopolitici.
A questi artisti, che per certi versi preludono
al Realismo Socialista, si debbono aggiungere le opere di forte connotazione sociale e
politica di Hubbuch (Stresemann e un pezzo di pane; Ai contadini bigotti, ai
preti e ai gendarmi, 1923; o il tardo Spiegamento delle forze, 1935; ecc.),
Scholz (Capitani dindustria, 1920 e I signori del mondo, 1922),
Schlichter con i disegni degli operai (1920) e naturalmente, ma con le riserve
precedentemente avanzate, le denunce dellirriducibile Kollwitz, accanita
simpatizzante e sostenitrice della lotta proletaria.
Laltro aspetto, quello del cosiddetto
realismo urbano, pur presente in molti pittori della Nuova Oggettività (Beckmann,
Dix, Grosz, Hubbuch, Räderscheidt, Scholz, ecc.), trova nelle desolanti immagini di
Grossberg il suo momento più alto. Lesattezza formale dei paesaggi
urbano-industriali o la disumanante perfezione delle macchine, talvolta associate a
inquietanti e fantastiche presenze animalesche (Caldaia e pipistrello,
1928), esprimono attraverso una raggelante indagine oggettiva della realtà le
indecifrabili e angosciose conflittualità della nuova dimensione quotidiana. In certi
dipinti (Depositi di carburante e Serbatoio, 1933 o la grande lunetta
Zona industriale, 1934) le desolanti e impeccabili strutture del paesaggio meccanico
si caricano di allucinanti sospensioni psicologiche, forse ancora più perturbanti quando
lantagonismo fascino-repulsione è attuato mediante lincombenza
frontale della macchina perfetta, come in Pressa e Tubi bianchi (1933) o
Corregge (1934). In ogni caso lassenza delluomo e lottica
fotografica, fredda e investigativa, di una realtà industriale
efficientistica, rimandano un forte impatto emozionale fitto di allarmi e di minacce
imperscrutabili che innescano ossessive inquietudini e fobie.
E latmosfera di angosciante spaesamento
ricompare anche nelle migliori opere tipicamente urbane dello stesso Grossberg (Il
viadotto di Wuppertal, 1927) o in quelle di Wunderwald (Il viadotto di
Berlino, 1927 e la Nauenerstrasse dellanno successivo; i quadri con le
grandi insegne pubblicitarie la straordinaria Stazione metropolitana del
27, ad esempio e le periferie con le vecchie fabbriche); in alcuni deliri
spettrali di Radziwill (La caduta mortale di Karl Bochstätters, 1928 e
Giornata di sciopero, 1931) e negli squallidi e disumani paesaggi industriali
di netta impostazione sociale e politica di un altro membro dellASSO
(Völker), e in cui spuntano, spesso, cupe sagome di straniati operai.
Con la fine della repubblica di Weimar (1933) e
lavvento della tragica dittatura nazista si conclude anche la grande stagione
culturale moderna della Germania, e la Nuova Oggettività (le cui proposte espressive
investirono soprattutto il secondo decennio del secolo, anche se alcuni artisti
prolungarono Iesperienza fino alla prima metà degli anni Trenta continuando a
produrre opere di qualità e dimpegno) consegna allarte e alla storia una
delle testimonianze più intense e prestigiose della coscienza critica umana. Il realismo
lucido e impietoso, dallapparente cinismo («non si può parlare darte di
delusione ma di rifiuto di ogni illusione», scriveva Kurt Pinthus a proposito del
movimento letterario parallelo)20, espresso dagli artisti più impegnati e rigorosi
si tratti delle prove politico-sociali di Dix o Grosz, delle perturbanti realtà
industriali di Grossberg o dei vari realismi, comunque provocatori e riflessivi; e
non escluderei anche qualche esempio di taglio esistenziale dellala destra
attestano una grande lezione di pittura che travalica, in ogni caso, i significati
estetici per raggiungere e comunicare agli uomini la verità di un presente spesso
intenzionalmente e qualunquisticamente ignorato.
«La grandezza della Neue Sachlickeit [come ha
rilevato acutamente Bertonati, nel 68 ] sta proprio in pittura e in architettura nel
fallimento del suo intento iniziale: la volontà di allontanare comunque lemozione
dalluomo: se qualche volta ci riesce se qualche volta è riuscita a rendere
giustamente cinici anche noi è stata comunque obbligata a porci delle precise
ragioni morali o politico-sociali il che vuol dire spesso appellarsi al sentimento.
Dopo quaranta anni è venuto il momento di prendere atto di ciò»21.
Ma in una civiltà quale la nostra, dove le
atrocità della guerra, le violenze fisiche e morali, i conflitti e i disagi
dellesistenza non sembrano meno allarmanti e dilaceranti di allora, la lucidità
artistica e morale della Nuova Oggettività il cui disegno, amaro e risentito,
appare di una sconcertante attualità continua a suscitare fiacche attenzioni. La
tentazione di fuggire dalla realtà nellarte come nella vita per
rifugiarsi in confortanti certezze segna, da sempre, il destino delluomo, cosicché
oggi, a distanza di sessanta anni (venti dallimperativo di Bertonati),
la Nuova Oggettività non ha ancora superato il confine di una impacciata tolleranza. E
questo è accaduto anche con gli artisti in qualche modo eredi di quella cultura.
Per il momento non resta che «prendere atto di
ciò».
***
Appendice
I pittori neo-oggettivi dopo il 1960
Si è detto che la fine della Repubblica di Weimar conclude anche lesperienza
dellarte dimpegno del realismo tedesco degli anni Venti. Molti protagonisti
della Nuova Oggettività abbandonano la Germania di Hitler, e dopo il 1933 una nuova forma
di realismo (quello del regime nazista), classicistico e accademico, passivo e triviale,
sgombra il campo dellarte degenerata. Intorno alla metà del 30,
tuttavia, artisti come Heartfield, Dix, Grossberg, Hubbuch e altri producono una serie di
opere collocabili nellambito della Nuova Oggettività.
Una certa consonanza con le poetiche del
realismo tedesco e tuttavia riscontrabile in qualche episodio europeo come quello dei
belgi Koch e Willink, di alcuni italiani quali Casorati, Cagnaccio di San Pietro, Donghi,
Edita e Mario Broglio (peraltro associabile sul piano formale fin dai primi anni Venti, ma
con ascendenze metafisiche mediate attraverso un plasticismo dalla fissità oggettiva;
socialmente neutra o vagamente sottesa di riflessioni esistenziali) o del francese Balthus
piu desolante e rigoroso. Consonanze di carattere oggettivo (lottica fotografica e
alcuni segnali sociali relativi alla condizione umana e al suo rapporto con la realtà
urbana e metropolitana), del resto già manifeste negli anni Venti e perpetuate in
qualche caso oltre la fine del 30, che contrassegnano lopera degli
americani Sheeler, Hopper, Demuth (sino al 35, anno della sua morte), Crawford o del
migliore Ben Shahn (memore, sembrerebbe, della lezione di Dix e Grosz) e
parzialmente del regionalista Wood. A questi autori vanno affiancati i
messicani Orozco, Rivera e in particolar modo Siqueiros con il suo
Ritratto della Borghesia, di forte segno politico e vicino alla pittura più fredda e
incisiva di Otto Dix.
Tra lesaurirsi dellesperienza della
Nuova Oggettività e il rifiorire degli sperimentalismi davanguardia successivi al
secondo conflitto mondiale (dai vari astrattismi allInformale), il
realismo critico esprime comunque una sua estesa vitalità internazionale da Evergood
al gruppo di Corrente, fino alle spietate figurazioni del più recente Bacon.
Nei primi anni Sessanta si assiste, infine, ad
una energica rinascita della stagione realistica che, nella sua poliedricità espressiva,
tende a privilegiare gli aspetti critici del rapporto arte-società. La proliferazione dei
realismi rivitalizza anche le tendenze dimpronta oggettiva, e il loro
progressivo moltiplicarsi pare essenzialmente proteso a stabilire un nuovo confronto con
la realtà e le sue problematiche, attraverso limmediatezza icastica
dellindagine sul quotidiano. Lispezione del reale antinaturalistico
si svolge in più direzioni e ricompone una serie di proposte artistico-culturali,
già implicite nelle tematiche degli artisti tedeschi (dal realismo urbano-industriale
a quello magico; dal messaggio sociopolitico alle conflittualità più
specificamente esistenziali), utilizzando come supporto espressivo lincisiva
asprezza dellocchio fotografico. Linventario della realtà si complica così
come lantagonismo tra civiltà dei consumi-macchina e condizione umana. Denuncia
provocatoria, sospensione psicologica, freddezza allucinatoria, allarmi e minacce
indecifrabili; dove loggetto (la cosa), la struttura urbana e
Iuomo assumono significati che travalicano il dato reale, in una narrazione
contraddittoria intessuta di dissenso (o repulsione) e fascino.
Il panorama neo-oggettivo (e, per alcuni
artisti, neo-metafisico) dellultimo trentennio è altrettanto complesso di quello
che caratterizzò le vicende della Nuova Oggettività e comprende una fitta gamma di
sfumature, spesso per nulla associabili.
Bene, senza pretendere di ricomporre in modo
esaustivo il quadro completo degli autori di area sostanzialmente (o genericamente)
neo-oggettiva, ecco alcune indicazioni: i pop Lindner, Rosenquist, Kanovitz e
per alcune opere Wesselmann, Rusha, Hamilton, Phillips, Jones o quelli
plurivalenti come Gnoli, Maselli, Canogar e Malfatti; gli iperrealisti più
problematici quali Cottingham, Eddy, Salt; il poco noto gruppo tedesco (erede, più o meno
direttamente, del Realismo Magico e della Neue Sachlichkeit) con Klapheck, Klasen,
Ullrich, Nagel, Asmus, Willikens, Albert, Reuter e gli italiani (anchessi
altrettanto sottaciuti e comunque attenti alla lezione della Nuova Oggettività)
Guerreschi, Ferroni, Turchiaro, Sarri, Broggi, Titonel e lo scrivente compreso. E poi i
variegati neo-oggettivi Colville, Bailey, Aillaud, Monory, Genovés, Mensa, Recalcati,
Fanti, Baratella e con alcuni racconti Romagnoni.
Una rassegna dartisti abbastanza nutrita
(senzaltro incompleta) che negli ultimi anni si è notevolmente assottigliata per
opinabili passaggi verso sponde più effimere e confortanti, se non per una stanchezza ad
una coerenza, morale e formale, che appare sempre più anacronistica e poco gratificante.
Ma anche questa stagione neo-oggettiva, almeno
quella degli autori vicini alle poetiche della Nuova Oggettività, ha suscitato
ovviamente fiacche attenzioni ed è passata pressoché inosservata (sconosciuta al
grande pubblico dellarte) tra il rinnovato turbinio delle avanguardie.
I realismi non sono finiti e a quelli dimpegno si
sono sostituite le dotte riesumazioni accademiche e le insalate del trasformismo.
Note
1 Citato da Mario De
Micheli (Le avanguardie artistiche del Novecento, 1959). ×
2 Al di la della
stroncatura su Il Tempo (Al Dio ortopedico, 22 febbraio 1919), sono note le
preferenze di Longhi per il più opaco Carrà. ×
3 Duilio Morosini,
Larte degli anni difficili, 1928-1944 (1985). ×
4 Ibidem. ×
5 Citato da Paolo
Chiarini (Caos e Geometria, 1964). ×
6 Citato da
Alfredo De Paz (Realismo tedesco, 1981). ×
7 Ibidem. ×
8 Emilio Bertonati
riprende a più riprese questa suddivisione in quattro gruppi (Realismo in
Germania, 1969 e Aspetti della Nuova Oggettività Tedesca, 1978). Una
suddivisione in gruppi, ma meno organica, è già anticipata nel suo Aspetti della
Nuova Oggettività, 1968. ×
9 Emilio Bertonati
(Aspetti della Nuova Oggettività), 1968. ×
10 George Grosz, A
proposito dei miei nuovi dipinti (1921). ×
11 Citato da De Paz (op.
cit. n.6). ×
12 Citato da Mario De
Micheli in Heartfield (1978). ×
13 Op. cit. n. 6. ×
14 Beckmann,
Confessione creativa (1920). ×
15 Op. cit. n. 6. ×
16 Citato da Uwe M.
Schneede in George Grosz (1975). ×
17 George Grosz,
Invece di una biografia (1920). ×
18 Grosz, rimeditando il
lavoro degli anni di Weimar, scrisse nella Autobiografia (1946) di aver ritenuto
inutile qualsiasi forma darte che non fosse stata «al servizio della lotta politica
come unarma». ×
19 Citato da Georg
Bussmann in George Grosz (1975). ×
20 Citato da
Bertonati (op. cit. n. 9). ×
21 Op. cit. n. 9. ×
Tratto da:
M. Fidolini, Impegno e
realtà Da Masaccio alla Nuova Oggettività, Arnaldo Lombardi
Editore , Palermo, febbraio 1991.
***
Suggerimenti bibliografici sullargomento
E. Bertonati, Aspetti della Nuova Oggettività Tedesca, CENTRO
DI, Cremona, maggio 1968.
A. De Paz, Realismo Tedesco, Editrice QUEB, Bologna, aprile 1981.